martedì 13 marzo 2012

Meno Irpef e più Iva = più crescita? È una bufala

Martedì, 13 marzo 2012 - 12:37:00
Di Giovanni Esposito
Ultimamente il Presidente Monti ha rilanciato l'idea di spostare la tassazione dalle persone alle cose. L'opzione ha riscosso in maniera quasi unanime consensi, poiché, rispondente a criteri di presunta equità, si sostiene possa essere una scelta vincente. I fautori di tale teoria immaginano che la riduzione delle imposte sui redditi significhi al contempo lasciare più soldi in tasca ai lavoratori, abbassare il costo del lavoro, incoraggiare la produttività, l’occupazione e la crescita. Si sostiene, inoltre, che il gettito Iva/Pil dell'Italia sia inferiore a quello degli altri paesi europei.
Ma alcune semplici considerazioni ci permettono di confutare tale tesi: invero questo teorema, calato nella attualità italiana, risulterebbe iniquo, distorsivo, regressivo e depressivo.
In base ai dati 2009 più di 10,5 milioni di persone (un terzo dei contribuenti) hanno imposta netta Irpef pari a zero: si tratta di soggetti con livelli reddituali compresi nelle fasce di esonero oppure che fanno valere detrazioni tali da azzerare l’imposta lorda; in altri termini guadagnano (o dichiarano) talmente poco da non pagare Irpef. Ebbene, subendo l'aumento dell'Iva senza poter beneficiare di alcuna riduzione delle imposte sul reddito, il terzo più povero della popolazione si vedrebbe ridotto il potere d'acquisto.
L'aumento automatico, riguardando tutti i prezzi, comprimerebbe la domanda, senza essere certi che tale effetto possa essere parimente compensato da una maggiore disponibilità di denaro, conseguente alla riduzione dell'Irpef. Per i motivi sopra illustrati, la riduzione dell'imposizione diretta, non risultando “orizzontale”, potrebbe tradursi, per alcune fasce della popolazione, in maggiore propensione al risparmio a danno dei consumi.
La circostanza che il gettito Iva rispetto al Pil in Italia sia contenuto non è riconducibile alla misura delle aliquote, bensì alla inadeguatezza della base imponibile a causa della diffusa evasione fiscale. È bene considerare che i maggiori paesi Europei hanno tutti un'aliquota ordinaria minore o uguale alla nostra: Austria 20%, Belgio 21%, Francia 19,6%, Germania 19%, Paesi Bassi 19%, Regno Unito 20% e Spagna 18%.
Un ulteriore aumento delle aliquote, in un contesto di inadeguatezza del sistema distributivo, ingenererebbe una pericolosa spirale inflazionistica che avvantaggerebbe solo i monopoli soggetti a tariffazione regolata e le rendite (le locazioni sono indicizzate all'inflazione).
http://affaritaliani.libero.it/economia/irpef-iva-crescita130312.html

giovedì 1 marzo 2012

Confindustria, occhio al Paese prima che all'associazione

Giovedì, 1 marzo 2012 - 15:00:00

Di Giovanni Esposito


Nel 1976 Gianni Agnelli, alla fine del primo biennio, nel lasciare la presidenza della Confindustria, non solo designò unilateralmente il suo successore Guido Carli, ma nel farlo, si permise il lusso di indicare quello che sarebbe stato il primo e unico presidente non imprenditore. Oggi, analizzando candidati, programmi e alleanze, ci si rende conto che la successione a Viale dell'Astronomia è diventata una cosa un po' più complicata.

Il primo, in ordine alfabetico, candidato dott. Alberto Bombassei, con una storia imprenditoriale di successo alle spalle, incarna tutte le migliori virtù italiche: da otto anni al governo del "Sistema" parla da opposizione. Egli sarà ricordato per saper raccogliere le adesioni di quelli che non votano (Sergio Marchionne e Alessandro Riello). Leggendo il suo programma, già dal titolo "Quattro anni d'impegno per Confindustria e per l'Italia" viene il dubbio che sia più interessato alla riforma della Associazione (cosa di scarso interesse per noi poveri mortali) che a quella dell'Italia. Dopo aver sfogliato le 12 pagine, fra presentazione e documento, oltre ad aver percepito disagio per una confederazione non gradita cosi come è fatta (peggio per lui!), si ha l'impressione, ma questo è un dubbio personale, che ci sia tanta voglia di resa dei conti. In merito al Bel Paese: qualche luogo comune, che in quanto tale non può che essere condivisibile, accenni nostalgici sul come eravamo giovani e belli, constatazione dell'attuale situazione, però … non si capisce dove vorrebbe che andassimo. L'unica cosa chiara sul da farsi, perché madre di tutti mali dell'Italia, è l'abolizione dell'articolo 18. A tal proposito vorrei sgombrare il campo da ogni dubbio: così come è stato concepito nel 1970 non va bene, di conseguenza andrebbe modificato.
Quando, però, Mister Brembo sostiene che tale norma sarebbe l'impedimento principale per tante aziende, soprattutto straniere, che vorrebbero investire in Italia, Io, evidentemente non in perfetta sincronia con auto e freni e, quindi, convinto che fossero alta imposizione fiscale, incertezza normativa, carenza infrastrutturale, malavita organizzata, corruzione e clientele a rendere poco attraente l'investire nella penisola italica, rimango basito. Modestamente ritengo che lo sviluppo non possa essere aiutato rendendo più facile il licenziamento, bensì creando, sane, condizioni affinché si possa investire ed assumere di più.

 Dalle "idee" del dott. Giorgio Squinzi, alla guida di uno dei pochi gruppi che ha saputo divenire globale senza delocalizzare la produzione nazionale, sembrerebbe, per fortuna, che i problemi dell'Italia vengano prima di quelle della Confindustria (anche'essa, probabilmente, da aggiornare). I sei punti enunciati sono tutti auspicabili (semplificazione normativo-burocratica per snellire gli investimenti, politica fiscale non oppressiva in linea con l'Europa, politica energetica per ridurre il divario con l'Unione europea, più credito alle Pmi, tempi più rapidi nei pagamenti dal parte della P.a e più investimenti in infrastrutture anche immateriali come scuola e formazione), ed in particolare il primo, come avevamo rappresentato (http://affaritaliani.libero.it/economia/monti-vogliamo-semplificazioni151211.html) in tempi non sospetti al Presidente Monti, è una priorità. Fra l'altro, essendo a costo zero per le nostre finanze, è l'unica cosa che ci possiamo e dobbiamo sicuramente permettere.

 A mio modesto avviso, in un momento critico e difficile come questo, per evitare che il clima e la pace sociale vengano minate, l'Italia ha bisogno di persone votate al dialogo, che lavorino affinché si trovino soluzioni innovative, ma, per quanto possibile, condivise. Quello che leggo e sento mi inducano a ritenere che il dott. Alberto Bombassei non sia la persona giusta.
http://affaritaliani.libero.it/economia/confindustria_bombassei_squinzi01032012.html

giovedì 23 febbraio 2012

Marchionne da obiettore a guerrafondaio di Confindustria

Mercoledì, 22 febbraio 2012 - 16:11:00
di Giovanni Esposito
Pur avendo assolto al servizio militare presso una base Nato, ho sempre avuto grande stima e rispetto per l’obiezione di coscienza, poiché la considero scelta legittima e comprensibile. Meno condivisibile sarebbe risultato, se uno di questi obiettori mi avesse, successivamente, detto: "Poiché ricorre l’avvicendamento dello Stato Maggiore, se nominate alti ufficiali di mio gradimento, sono pronto ad imbracciare le armi".
Il dottor Sergio Marchionne ha, legittimante, abbandonato la Confindustria che si rifiutava di appiattirsi alle sue posizioni, ma ora pretende di indicane il Presidente rinnovatore, ipotecando un suo probabile rientro.
Mi hanno insegnato che credere nella buona fede altrui è cosa buona è giusta. Ciò non di meno, la galassia Fiat ha sempre condizionato la vita dell’associazione degli industriali, ne ha espresso la penultima guida (lo stesso dott. Montezemolo che ha rifilato ai risparmiatori, azioni del Sole 24 Ore a 5,75 euro – oggi a 0,72 euro - non prendendone, saggiamente, neanche una per sé) ed il presidente invocato (che guida un gruppo che fornisce freni proprio alle auto delle galassia Fiat) per gli ultimi otto anni ne è stato numero due.
Non voglio, quindi, insinuare che si auspichi la restaurazione, è certo, però, che neanche di rinnovamento si tratti.
In merito ai rientri, più che di quello della Fiat in Confindustria, mi accontenterei della riallocazione produttiva di qualche modello di auto nelle fabbriche nostrane.
http://affaritaliani.libero.it/economia/marchionne-confindustria220212.html

venerdì 17 febbraio 2012

Perché l’Italia sta perdendo la partita dell’auto

Venerdì, 17 febbraio 2012 - 09:19:00
Giovanni Esposito
Gestire un gruppo automotive è il secondo mestiere più difficile dell'epoca contemporanea (il primo è quello di genitore), perché un conto è progettare pneumatici, ammortizzatori e motori, altra cosa è farlo per le autovetture, che rappresentano qualche cosa di diverso della somma delle parti.
Chi costruisce autovetture non realizza un mezzo di trasposto, ma vende emozioni.
Senza entrare nel merito dei risultati finanziari, né dei contratti di lavoro applicati, la prospettiva con la quale va giudicato, il commercialista-avvocato con il maglioncino da metalmeccanico, è "Il sistema Italia". In tale ottica e senza voler sminuire la complessità della sfida nella quale il dott. Sergio Marchionne si imbatte tutti i giorni, molte delle scelte di costui, dopo il 2007, risultano difficilmente condivisibili.
In un primo momento sembravano posizioni dettate, in buona fede, da una visione limitata all'immediata salvaguardia della performance economica-finanziaria; oggi, con il senno di poi, appaiono come tante mosse di un solo disegno strategico che porterà ad un drastico ridimensionamento della sovra-capacità produttiva, che, a dire il vero esiste in tutta Europa, ma si vorrebbe realizzare esclusivamente in Italia.
La teoria di "tirare il freno a mano", che dal 2008 ha procrastinato continuamente il lancio dei nuovi modelli, per quanto potesse avere una logica da commercialista, lascia perplessi: difatti difficilmente potranno servire a qualche cosa le "munizioni" risparmiate, quando la guerra nel Vecchio Continente sarà definitivamente persa. La Fiat di Marchionne in Europa è oramai un operatore marginale: se espungessimo i dati del Belpaese, dove pare ci sia ancora qualcuno disposto a comperare le auto del Lingotto (ancora per poco) globale, la quota di mercato si ferma al 3,65%.
L'operazione Lancia-Chrysler è un suicidio assistito, un'eutanasia per una delle più famose, antiche e prestigiose case automobilistiche italiane. Non esiste alcun speranza che il marchio torinese possa essere rilanciato in Europa, effettuando il rebranding di auto concepite e prodotte esclusivamente per il mercato nord americano: invero il segmento dei grandi monovolume (Voyager) è in strutturale declino da vari anni (in Italia rappresenta l'1% del mercato) ed il consumatore non apprezzerà (e come dargli torto!) una berlina (Thema) lunga oltre 5 metri, dalla linea spudoratamente "yankee" e dal brand (Lancia) semisconosciuto.
L'Alfa Romeo, dimenticando che negli ultimi otto anni è stato lui il medico, il dott. Marchionne la definisce "un bambino malato … da curare “ (e fin qui tutto chiaro) “ … ma dipende anche dal bambino stesso” (vorrebbe insinuare che le auto non si lascino acquistare?). Per il fatto che oggi vi siano solo due modelli in commercio, se fra gli innumerevoli organismi sovranazionali, fosse istituito un "Tribunale per l'oltraggio alla storia", il dott. Marchionne ne sarebbe deferito con l'aggravante della reiterazione.
Le allocazioni produttive e la presunta intrinseca inefficienza degli stabilimenti nostrani sono altre questioni che non convincono: per quale motivo abbia spostato la produzione dell'auto a minore valore aggiunto (la Panda), da uno stabilimento low cost (Tychy) a Pomigliano d'Arco dove i costi, evidentemente più elevati, non ne permetteranno mai la profittabilità, è un enigma dalla difficile soluzione. Nel frattempo il prossimo monovolume medio-piccolo (500L), che è l'unico nuovo modello (con qualche speranza di successo) è stato assegnato a Kragujevac, dopo che il locale governo serbo ha garantito esenzione fiscale fino al 2018, un contributo di 10 mila euro per ogni operaio assunto, aiuti in campo previdenziale, corsi di aggiornamento e di formazione, e stipendio da riconoscere, ad ognuno dei 2.400 assunti, 300 euro al mese; insomma aiuti in stile della nostrana defunta Cassa del Mezzogiorno. Dove si costruivano, invece, da sempre i monovolume (Mirafiori), il massimo utilizzo degli impianti (300 mila vetture annue) dovrebbe essere assicurato da due fantomatici Suv: obiettivo ambizioso, visto che in Europa il top del segmento, Volkswagen Tiguan, orgoglio dell’industria automobilistica teutonica, supera di poco le 100 mila unità. Per utilizzare in maniera ottimale lo stabilimento ex Bertone di Grugliasco, i cui dipendenti viaggiano verso il decennio di cassa integrazione, le vendite della destinata "Baby Quattroporte" dovrebbero essere pari ad oltre 50 mila vetture l'anno (tutta la gamma Maserati oggi ne vende la decima parte).
Anche il nuovo dogma del pensiero marchionniano (grande è bello), secondo il quale, per competere nel mercato globale, siano necessarie 6 milioni (secondo l’ultima “asticella”, indicante addirittura “8-10” milioni, oggi non sopravvivrebbe nessun costruttore) di vetture prodotte l'anno, non convince del tutto. General Motors, quando è fallita era il primo gruppo mondiale in termini vendite; diversamente Bmw, con numeri di gran lunga inferiori, riesce ad essere redditizia ed indipendente. Le economie di scala potrebbero essere garantite con gli accordi mirati (es. Ford Ka - Fiat 500) e la crescita raggiunta per linea interna (la Ferrero nel privilegiarla, ha costruito una storia di successo) sviluppando e valorizzando i brand. La rincorsa alle aggregazioni vuole nascondere, forse, l'incapacità di difendere le esigue quote di mercato precedentemente possedute dai singoli marchi?
Appare, quindi, evidente che il sotto utilizzo degli impianti italiani non è imputabile a contratti di lavoro, forma di organizzazione, livello di tassazione ed efficienza organizzativa (criticità sulle quali andrebbe, in ogni caso, fatta una accurata analisi), bensì alla elementare circostanza che vi si producano auto il cui gradimento del mercato è insufficiente. Meno evidente è se ciò accada per incapacità o dolo.
L’azionista familiare ha chiarito che di risorse non intende iniettarne più, anzi pretende flussi di dividendi. La separazione dell’auto, dai trattori e camion, apre si la strada a molteplici opzioni, ma tutte volte alla massimizzazione degli asset per Exor.
L’amministrazione Obama ha concesso aiuti, chiedendo in cambio garanzie per il contribuente americano. La dolorosa ed onerosa ristrutturazione dell’industria automobilistica a stelle e strisce, riducendone il surplus produttivo in linea alla potenzialità di assorbimento del mercato, ha posto le basi per la usa sostenibilità, nel medio termine, senza ulteriori sussidi. Nel vecchio continente, dove la classe politica non ha il coraggio di prendere scelte impopolari, ma per il bene comune, pur di sovvenzionare un settore afflitto da strutturale sovraccapacità installata (almeno 10 milioni di unità annue), ci si interroga sul dubbio amletico se le autovetture si vendano per costruirle oppure si costruiscano per venderle.
Venendo a Noi, l’italico sindacato, che tante colpe ha sulla sua coscienza a partire dal 1968, arroccandosi su opposte posizioni anacronistiche, fomenta l’alibi della Fiat per abbandonare la Penisola. La classe politica, vittima del consenso, presa da temi oramai solo ideologici (vedi dibattito sull’articolo 18), latita sulle grandi scelte strategiche: quando, un quinquennio fa, Marchionne si recò a Palazzo Chigi per chiedere un miliardo di euro in aiuti di Stato (prassi consolidata anche dagli altri costruttori con i governi di tutto il globo) per la sopravvivenza di Termini Imerese, si racconta che gli fecero fare due ore di anticamera; salvo rincorrere, a Fiat espatriata, pseudo imprenditori per improbabili progetti.
Quando Eugenio Barsanti inventò il primo motore a scoppio funzionate, il Giappone era immerso in un’epoca feudale ed in nordamericana si combatteva una guerra (in)civile sulla legittimità della schiavismo. Oggi, mentre questi competono per il primato mondiale dell’auto, l’Italia rischia di rimanere fuori dalla partita.
http://affaritaliani.libero.it/economia/italia-partita-auto170212.html

venerdì 3 febbraio 2012

Gli ammortizzatori? Di sociale c'è solo l'ingiustizia

Venerdì, 3 febbraio 2012 - 11:48:00

Di Giovanni Esposito

La normativa sugli ammortizzatori sociali in Italia prevede una miriade di strumenti.
La cassa integrazione guadagni ordinaria (CIGO) interviene per difficoltà temporanee e a carattere transitorio dell'industria (escluso l'artigianato), del settore edile e dell'agricoltura (per eventi metereologici). Durata massima due anni.

La cassa integrazioni guadagni straordinaria (CIGS) è concessa nei casi di crisi, ristrutturazione, riorganizzazione, conversione produttiva, privatizzazioni, fallimento, ecc., alle imprese industriali con più di 15 dipendenti e del commercio con più di 50, ed alle aziende dell'editoria. Durata massima tre anni.
Cassa integrazione guadagni in deroga. Interviene dopo la CIGO e CIGS. Durata massima sei mesi.
Con contratto di solidarietà si fa riferimento ad una situazione di crisi aziendale temporanea, per la quale gli orari di lavoro dei dipendenti vengono ridotti e contestualmente si versa loro un contributo, come misura di sostegno del reddito. Il contratto di solidarietà può avere una durata di 24 mesi, prorogato per un massimo di 24 mesi (36 mesi nelle aree del Mezzogiorno).

Spesso in seguito a un periodo di Cassa integrazione straordinaria, le imprese che ne hanno beneficiato non riescono a reinserire tutti i lavoratori sospesi; il personale eccedente viene licenziato e l'impresa avvia la procedura di mobilità. I lavoratori inseriti nelle liste di mobilità acquisiscono il diritto ad una indennità, nel caso in cui abbiano una anzianità aziendale di almeno 12 mesi e abbiano un contratto continuativo a tempo indeterminato. La durata del trattamento è di 12 mesi prolungabili a 24 o 36 nel caso di lavoratori che abbiamo raggiunti rispettivamente 40 o 50 anni di età. Per questi lavoratori, nel Mezzogiorno e nelle aree svantaggiate la durata massima viene elevata a 24, 36 e 48 mesi.

Sono lavori socialmente utili tutte le attività che hanno per oggetto la realizzazione di opere e la fornitura di servizi di utilità collettiva, mediante l'utilizzo di lavoratori in mobilità o in cassa integrazione guadagni straordinaria o in disoccupazione speciale, oppure mediante il coinvolgimento in progetti di lavori socialmente utili di soggetti in cerca di prima occupazione o disoccupati. Durata massima 12 mesi, prorogabili al massimo per altri due periodi di 6 mesi. L'indennità di disoccupazione viene erogata in favore di lavoratori che abbiano concluso un rapporto di lavoro di tipo subordinato. L'indennità di disoccupazione dura 12 mesi per chi ha più di 50 anni e 8 per chi è più giovane. Copre il 60% della retribuzione nei primi sei mesi, il 50% fino al nono mese e il 40% fino al dodicesimo mese. C'è un tetto massimo a 900 euro lordi.

Poi vi sono una miriade di ammortizzatori non ufficiali come il servizio sostitutivo civile. Questo sistema di protezione nel 2011, fra CIGO (euro 1,13 miliardi), CIGS (euro 2,33 miliardi), mobilità (euro 2,38 miliardi), disoccupazione (euro 10,55 miliardi) ecc., è costato almeno 20 miliardi per 4 milioni di beneficiari, senza considerare gli LSU (i disoccupati di mestiere) per i quali non esistono statiche complete.

Tanti strumenti, miglior sistema di protezione sociale? Non proprio.
In primo luogo istituti di copertura, garantiti per lungo tempo senza se e senza ma, creano gravi inefficienze e distorsioni: difatti la maggioranza dei lavoratori iscritti nelle liste di mobilità rifiutano di essere inseriti nelle aziende e di partecipare ai corsi di formazione.

Inoltre questa giungla ha un grave criticità: la durata e l'intensità del sostegno dipendono, quasi esclusivamente, dalle condizioni oggettive del datore di lavoro. In altri termini, la copertura va dagli 8 mesi (se il datore di lavoro "salumiere" chiude la serranda per sempre) fino ad un numero indefinito di anni (almeno 7 per dipendenti Alitalia e Bertone di Grugliasco, tanto per citare qualche esempio)  ed anche di più. Ma non vi è ratio, né giuridica (l'art. 3 della nostra Costituzione recita "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione …. ") né logica, che giustifichi questa sperequazione di trattamento.

Perché un operaio della ex Fiat di Termini Imerese dovrebbe godere di un sistema di protezione sociale di gran lunga superiore a quello di una qualsiasi bottega? Eppure hanno entrambi un mutuo da pagare e dei figli da mantenere. La riforma degli ammortizzatori sociali? Abrogarli tutti, CIGO compreso, ed istituzionalizzare un strumento universale (sussidio di disoccupazione), finanziato dalle imprese, lavoratori e fiscalità generale, il cui importo e durata dipendano solo ed esclusivamente dalle caratteristiche (durata del rapporto di lavoro, importo busta paga, età, familiari a carico) del beneficiario. Ovviamente revoca immediata in caso di rifiuto di nuovo inserimento e/o formazione.
http://affaritaliani.libero.it/economia/cig_ammortizzatori_sociali03022012.html

venerdì 27 gennaio 2012

L’unica soluzione al debito pubblico: una Sgr di Stato

Venerdì, 27 gennaio 2012 - 10:21:00
Di Giovanni Esposito
Per motivi che ignoro, nessun osservatore e commentatore economico, ha ritenuto opportuno segnalare che le ultime manovre fiscali varate in Italia producono (e produrranno) una redistribuzione inefficiente del reddito. Quello che sta accadendo è molto semplice: si stanno tassando consumi, lavoro ed impresa, per remunerare la rendita da titolo di Stato.
Man mano che Bot e Btp vanno a scadenza, questi devono essere rifinanziati a tassi di gran lunga superiori. E l’Italia cosa fa: aumenta le tasse.
Nel tentativo, effimero, di rincorrere il pareggio, a regime il 5% del Pil dovrà essere drenato per pagare gli interessi sul debito pubblico.
Ciò avverrà, rispetto al 1992, con un’aggravante: allora, essendo il debito detenuto, quasi esclusivamente, da risparmiatori nazionali, la redistribuzione avvenne all’interno dello stesso paese. Oggi tassiamo i consumatori e pensionati italiani per remunerare gli investitori esteri.
L’equilibrio di bilancio, con un debito pubblico al 120%, potrebbe essere raggiunto con un aumento della pressione fiscale a due condizioni: bassi tassi di rifinanziamento del debito e variazione del Pil positiva.
Diversamente si rischia di innescare un circolo vizioso di aumento della pressione fiscale, caduta dei consumi, contrazione della produzione, minor gettito impositivo.
Ergo, nonostante le lacrime e sangue, il pareggio di bilancio nel 2013 non sarà raggiunto.
Al fine di evitare la morte del malato Italia, per eccesso di siringhe, si devono implementare misure che agiscano sullo stock del debito.
Se io fossi stato, per vostra sfortuna ma per il bene comune, al governo, a mercati chiusi avrei convocato un Cdm straordinario, decretando la conversione di tutto debito pubblico, in titoli al lungo termini con cedola al 2% annua. In altre parole avrei imposto a tutti i creditori dello Stato italiano, compreso il sottoscritto, una ristrutturazione del debito. I minori interessi richiesti sarebbero stati tutti compensati con tagli dell’imposizione fiscale; ed allora si che il Pil sarebbe ripartito.
Ma vi è un’altra soluzione, meno dolorosa, che mi permetto di sottoporre ai nostri governanti: secondo il Ministero dell’Economia, il patrimonio dello Stato, fra immobili, partecipazioni e concessioni, è pari a 1.800 miliardi di euro. Poiché la cessione dei singoli beni richiederebbe molto tempo (fra l’altro rischiando una svendita), si potrebbe costituire una Sgr pubblica nella quale far confluire progressivamente gli asset non strategici. Il fondo di Stato potrebbe essere quotato e/o assegnato per legge (es. il 10% di tutte le liquidazioni dei dipendenti pubblici), ed utilizzare i proventi a diminuzione del debito pubblico.
Questa operazione, portando il debito pubblico al 70-80% del Pil, innescherebbe un circolo virtuoso: meno debito pubblico, minori interessi sul debito, discesa dei tassi di rifinanziamento, aumento avanzo primario, diminuzione pressione fiscale, taglio spesa pubblica improduttiva, aumento del Pil, dell’occupazione e consumi, aumento gettito fiscale, meno debito pubblico ecc.
http://affaritaliani.libero.it/economia/debito-pubblico-sgr270112.html

lunedì 16 gennaio 2012

Perché il governo Monti fallirà miseramente

Perché il governo Monti fallirà miseramente

Lunedì, 16 gennaio 2012 - 10:50:00
Di Giovanni Esposito
1) Che un Governo dei professori in Italia sia prova di competenza è quantomeno dubbio: invero l'ovvietà che i concorsi universitari siano pilotati, manipolati e truccati, giustifica la circostanza che un paio di personaggi dell'attuale compagine governativa, siano poco più che degli emeriti imbecilli.
2) L'architettura della manovra "affossa Italia" è un miserabile esempio di come fare gettito ricorrendo alla matematica insegnata alle scuole elementari: difatti anche un bambino, considerando i consumi nazionali di benzina, sarebbe in grado di calcolare l'aumento delle accise per ottenere l'introito sperato.
3) Le liberalizzazioni annunciante sono solo un meschino tentativo di buttare fumo negli occhi: infatti sono un popolo di idioti come gli italiani, può abboccare alla sciocchezza che 2 taxi, 3 notai e 4 farmacie in più, possano far ripartire il Pil.
4) L'eliminazione delle tariffe professionali avvantaggerà solo i "ricottari" della politica: la Pa e le municipalizzate saranno libere di strapagare i loro consulenti senza limiti di importo.
5) L'economista (sconosciuto alle citazioni scientifiche) Monti non ha la forza di imporre il taglio della spesa pubblica sprecona ed improduttiva.
6) La lacrimosa Ministra Fornero non ha gli attributi (e non perché sia donna) per riformare il mercato del lavoro e gli ammortizzatori sociale.
7) Il banchiere Passera non ha interesse a risolvere il grave handicap del sistema economico italiano: il biblico ritardo con cui la Pa paga i suoi fornitori.
http://affaritaliani.libero.it/economia/governo-monti160112.html